‘Ruggine’ è un film del 2011, del regista molto amato ma poco conosciuto: Daniele Gaglianone.

Ho incontrato per caso questo film e subito, con le prime scene lente e ombrose, mi sono appassionata alla sua storia, straziante ed intima, senza poter smettere di vederlo.

Il film mette in scena le grandi migrazioni dal sud del nostro paese verso il nord industrializzato. Inizialmente può sembrare una favola anche perché la storia è raccontata con gli occhi, i gesti, i giochi, i rituali dei figli di quegli emigrati. Bambini e bambine che, con i loro genitori, sono stati ingoiati, in cambio di un miraggio economico, da un ritmo di vita che non gli appartiene e che li sradica dalle loro tradizioni, ma anche da loro stessi e dalla possibilità di una vera relazione gli uni con gli altri. In questo gruppo eterogeneo per provenienza ed età emergono lentamente i  bambini protagonisti: impersonati dai piccoli, eccellenti  attori Giampaolo Stella, Giulia Coccellato e Giuseppe Furlò.

Dentro la commovente tragedia che vive quella triste umanità alloggiata in uno che assomiglia ai tanti quartieri popolari della tipica, squallida periferia di una qualsiasi delle città ricche ed industrializzate, si svolge una dramma ancor più grande, però: quello dell’infanzia violata.

Il film è molto doloroso, oscuro, angosciante. La banda di bambini che giocano ai limiti della sicurezza e dell’incuria, è insidiata e colpita ripetutamente dal male. L’impatto di quelle esperienze drammatiche riemerge nella loro vita odierna, in particolare in quella di tre di loro: Cinzia, Carmine e Sandro (che da grandi sono interpretati dagli attori Valeria Solarino, Valerio Mastrandrea e Stefano Accorsi). La storia si dipana andando continuamente avanti e indietro tra il presente ed il passato e racconta dei tre protagonisti, amici e complici nell’infanzia contro il dottor Boldrini (interpretato da uno stupefacente Filippo Timi).

Ancora più triste però dell’abbandono e della trascuratezza di allora è la condizione esistenziale che i protagonisti vivono oggi: ormai isolati ognuno dagli altri, soli e straziati dalle paure e consapevolezze, inquieti nelle loro vite attuali.

Infatti il ricordo di quei giorni perseguita i bambini ormai adulti che vivono angosciosamente le loro scelte. Carmine (V. Mastrandrea) è eroso dai sensi di colpa, paralizzato nei suoi comportamenti autoconsolatori (fumo e alcool gli sono necessari per mettere in atto la continua distrazione dall’incubo del passato e dal silenzio seguito a questo incubo); fu vittima, con gli altri della banda, non solo del dottor Boldrini ma anche di genitori e figure educanti completamente assenti e distanti, soprattutto per lui e la sua sorellina, Rosalia. Sandro (S. Accorsi) si perde oggi nel gioco ossessivo con il figlioletto in cui riverberano, tra luci e ombre di uno spazio vitale asfissiante, tutte le paure che ancora lo scuotono. Cinzia (V. Solarino), è perseguitata dal ricordo ma anche dalla voglia di giustizia, dal desiderio di svelamento e dall’istinto di protezione dei suoi allievi rispetto alla minaccia, sempre in agguato, della violenza e dell’abuso, della promiscuità sessuale, del controllo e del silenzio.

I bambini di allora dovranno ‘sconfiggere il drago nella sua tana’ per poi intraprendere la sfida del dovere crescere, ma il  film non solleva dal pensare alla difficoltà di questo processo, soprattutto con queste premesse. Un film poetico, bello… eppure sociologico e politico insieme. Malinconico. Ci ricorda i rischi dell’infanzia derelitta e trascurata oggi, come per esempio quella dei bambini rom o africani immigrati, persi nelle periferie delle nostre società. Racconta una favola scura e dolente, richiama ad una responsabilità urgente e irrevocabile.

 

 

 

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About Dott.ssa Nadia Sanza

Psicologo Clinico, Psicoterapeuta, Advanced Certified Schema Therapist, EMDR

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